Dimensionamento / 2 – Il dietro le quinte

Tratti di penna sulla cartina, fogli Excel Calc, applicazione acritica di parametri… Queste alcune delle accuse che mi son sentita fare negli ultimi giorni.

Il “viaggio” del Piano

Per questo credo sia utile ripercorrere alcune fasi dell’iter che ci ha portato fin qui. Che non è iniziato la scorsa settimana, come potrebbe sembrare dalle cronache di questi giorni, ma l’11 settembre scorso. In particolare, mi pare che si conosca poco un aspetto fondamentale di questo processo, riassunto nella previsione che abbiamo inserito nelle Linee guida:

Le Province convocano le conferenze provinciali e sono responsabili dei Piani provinciali di dimensionamento di cui al D.P.R. 233 del 1998. Le Province definiscono in maniera autonoma gli ambiti funzionali per le procedure programmatorie provinciali, all’interno delle quali organizzare le pre-conferenze territoriali quali Unioni di Comuni o zone aventi identità storico culturali preminenti. (…)
Le Province dovranno inviare le proposte di Piani provinciali alla Regione entro il 15 dicembre 2014 utilizzando la modulistica che verrà fornita dalla Direzione Generale della Pubblica Istruzione.

Nel caso in cui le proposte progettuali presentate dalle Province si discostino in tutto o in parte dalle disposizioni contenute nelle presenti Linee Guida, e tale scostamento non sia adeguatamente documentato e motivato con argomentazioni coerenti con gli obiettivi illustrati sopra, la Regione si riserva la possibilità di attuare interventi correttivi sulla rete scolastica territoriale fornendo adeguata motivazione.
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Scuola: di chiusure, catastrofi e di altre leggende

scuolaIeri abbiamo concluso un percorso lungo, difficile ma importante, che ha portato all’approvazione del Piano di dimensionamento regionale. Brutto termine, devo dire, mutuato da una normativa nazionale che stabilisce parametri ma si nasconde quando si parla di diritti. Ma su questo tornerò più avanti.
Il Piano, dicevo, disegna la rete scolastica della nostra Isola. Parte anche da quei parametri ma esce dalle celle di Calc (non uso Excel ma solo software opensource) per incontrare i nostri Comuni, le montagne, le strade, gli insegnanti, le ragazze e i ragazzi. Con il pensiero delle loro giornate fra i banchi, e solo con quello, è stato immaginato il nostro lavoro. Scommettendo sul cambiamento, su un’esperienza della loro vita che fosse la più bella che si potesse realizzare, sulla responsabilità e capacità di cooperare di tutti.
Abbiamo guardato all’esistente e fatto la conta di quello che non andava bene e quello che potevamo realizzare, ora e nei prossimi anni. Fra quello che non va bene ci sono le pluriclassi. 169 pluriclassi, per l’esattezza. Al loro interno si distinguono sicuramente esperienze di grande qualità, coraggiosi insegnanti di frontiera e progetti all’avanguardia. Ma la realtà, inoppugnabile, è che in quelle classi convivono bambini e ragazzi di età ed esigenze diverse, che stanno fra le stesse quattro mura per necessità, non per una scelta pedagogica precisa. Non lo dice Claudia Firino, non lo dice Francesco Pigliaru, ma lo sussurrano a microfono spento anche tanti amministratori locali e dirigenti politici, che poi non sempre hanno la forza di prendere posizione rischiando pezzetti di consenso.
Per questo intervenire, in punta di piedi (29 scuole su 1580) ma tracciando un percorso iniziato coraggiosamente dalla Giunta Soru qualche anno fa, è una scelta politica chiara, di tutela delle pari opportunità e sì, di sinistra. Significa decidere che in ogni angolo della Sardegna ci dev’essere una scuola di qualità, con le stesse capacità di essere attrattiva, inclusiva, bella e eccellente del servizio offerto nei Comuni più grandi. Significa offrire a bambini e ragazzi un orizzonte di socialità più ampio che non li faccia trovare impreparati alle sfide di domani. Significa credere nelle zone interne, nei piccoli centri e nella loro capacità di organizzarsi a livello sovracomunale, anche in questa difficile situazione di cambiamenti istituzionali.
Dire che questo aiuta lo spopolamento è banale e fuorviante. Si va via da un posto perché non ci sono prospettive, di lavoro innanzitutto, non perché non c’è un edificio scolastico che a volte è un presidio coraggioso, ma spesso è poco più di quell’edificio. Continua a leggere