chi sono

Anni settanta. In a political world. Tutto cominciò in un freddo gennaio, quando entrai nella vita di due giovani sposi che, non so ancora come, non persero coraggio, equilibrio e gioia cladi fronte a due occhi vivaci e quattro arti che sfidavano le leggi della simmetria. Scoprirono che aveva un nome lungo e complicato, quella stranezza, e che non sarebbe sparita. La accolsero e combatterono allo stesso tempo, costruendo molto della donna che sono oggi. Del decennio politico, buio e disilluso vivrò solo l’ultimo scorcio. Tanto, forse, è bastato a lasciarmi un imprinting, la consapevolezza di esser nata, come direbbe Dylan, in a political world.
Anni ottanta. Quando ero piccola m’innamoravo di tutto. Se si divertivano e bevevano gli altri figuratevi io. Litri di aranciata alle festicciole dei bambini, all’asilo, a scuola, a casa. I pomeriggi nel garage di nonno ad improvvisarmi falegname, la passione per le costruzioni e la vita all’aria aperta. L’arrivo di un fagottino che in pochi anni mi doppierà in altezza, sorella e amica. Nessuna idea delle conseguenze di quell’asimmetria, fino al giorno in cui una bimba domandò sorpresa: «una bambina grande in passeggino?» Già, chi si era mai accorto delle ruote? Da quel momento entrarono nella mia idea di me, anche se preferivo di gran lunga pensarle come il mezzo per sfrecciare a velocità illegali su qualunque superficie.
Anni novanta. Piccola città, bastardo posto. Le terribili medie, un liceo foriero di amici, libri e cd copiati su musicassette. Le passioni brucianti ed istantanee, quelle durature, quelle che fanno per me, quelle che non posso, quelle che non sono in grado. Poesia su carta, sulle note delle nuvole che vanno, vengono e ogni tanto si fermano nel mio primo concerto. Poesia corale su un parquet di legno fra cervelli, prima ancora che corpi, che per buttare la palla in una retina di nylon disegnano insieme traiettorie inimmaginabili. Ha ragione Philip Roth, «il basket è un’altra cosa». La piccola città è stretta, almeno lo sguardo bisogna gettarlo oltre il Tirreno, meglio se oltre l’Atlantico. Quel mondo politico chiama. Tempo di scegliere la propria parte, che allora si chiamava Sinistra Giovanile, avvicinare i mulini a vento, disilludersi, ri-illudersi, parlare fitto nelle stanze fumose, ridere, incontrare, conoscere, sperimentarsi, lottare. Scegliere Scienze Politiche come atto di fede più che promessa di lavoro.
Anni (duemila più) zero. Perché a vent’anni è tutto ancora intero. E il gioco, poi, diventa provare a farlo rimanere tale. Dalla politica parlata a quella fatta, nel cla2primo gradino istituzionale che si chiama Circoscrizione, cercando di mettere un po’ di Gramsci anche dentro una minuscola aiuola strappata al cemento. Tenere interi i sogni diventando grandi e scappando via. Madrid e l’indipendenza, e calle del Carnero, e Malasaña, e los cuentos, e i bus che posso prendere da sola, e l’idea di un lavoro che coniughi etica e sussistenza. Roma, la cooperazione, un pomeriggio di settembre inebetita di fronte al primo contratto sudato, voluto, conquistato. Gli amici, le notti, le risate, i viaggi improvvisati, Cavriago e il suo cittadino onorario, e il comandante Diavolo a farmi sentire piccola, grata, e dalla parte giusta.
Anni (duemila più) dieci. E’ l’instabilità che ci fa saldi. L’ultimo passo, pare, non doveva essere l’addio. Viaggio a ritroso verso l’Isola. Non più la città di Enrico Berlinguer dove sono cresciuta, ma quella bianca e salmastra delle bellas mariposas. Un nuovo lavoro, altri occhi da scoprire e la politica che torna a bussare alla porta. Ha gli stessi volti di quando l’ho incontrata la prima volta. Buon segno.

Ah, mi chiamo Claudia Firino. E forse volevi solo sapere cosa faccio o cercavi il modo per contattarmi.

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