La vertenza dei senza nome

senza nomePenso alle ultime mie delibere approvate, come i bandi per la lingua sarda, il programma per lo spettacolo, i progetti per la scuola che partiranno l’anno prossimo, i finanziamenti ai CSC e i prossimi provvedimenti su cinema e cultura, e so che non sono solo ciò che possono sembrare. Non sono, cioè, solo atti di indirizzo, stanziamenti, contributi a settori fondamentali, e troppe volte maltrattati, della nostra società.

Ma sono anche altro. Un “altro” di cui non si parla quasi mai. Nella maggior parte delle attività che si andranno a finanziare, infatti, tantissimi ragazzi e meno ragazzi, insomma, miei coetanei, persone di quella fascia d’età data per spacciata da tutti, avranno un’opportunità di lavoro. Una possibilità di fare ciò che hanno sempre sognato di fare, una chance per trovare la loro strada, una breccia nel muro di gomma di un mondo del lavoro che non è che non riconosca loro dei diritti, ma proprio non sa chi siano.

Perché non hanno un nome, una categoria, un luogo da cui provengono. Non sono, per lo meno non sempre, impiegati, operai tessili, chimici. Non esiste un tavolo specifico per loro cui possano sedersi e sentirsi rappresentati, non esiste uno strumento di qualsiasi natura che li tuteli. Dovremmo proprio aprirla la vertenza dei senza nome. E nell’attesa, cominciare a tenerli in considerazione in ogni nostro atto e decisione. Dando così anche a loro un volto e la piena cittadinanza nel nostro tempo.

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