Di politica, partecipazione e di altri demoni

[Attenzione: contiene riflessione lunga e disorganica!]

Non è certo una novità che vita quotidiana e realtà mediata da stampa e tv sembrino distanti. Ma in questi giorni concitati e strani, in cui mai come ora la situazione politica appare confusa e inedita, questa distanza sembra ancora più grande. E’ una sensazione che dal giorno delle elezioni non mi abbandona.
All’inizio, ammetto, è stata il modo in cui più o meno razionalmente ho cercato di difendermi dalla botta elettorale. La mia reazione, rabbiosa ed elitaria quanto vi pare, è stata

come? Io (e in fondo la maggior parte di chi milita nel mio partito, Sel, e nell’alleato Pd) mi sbatto, rifletto, non prometto, non alzo i toni, cerco di essere il più onesta possibile con gli elettori e poi che succede? Che il colpaccio lo fanno chi ha gridato più vaffanculo da una parte e chi ha illuso la gente per l’ennesima volta dall’altra?

Poi la rabbia ho provato a lasciarla scivolare via, e fra le tante spiegazioni e riconoscimenti degli errori commessi penso che una delle mancanze più gravi sia stata creare una comunicazione non all’altezza dell’operazione politica, alta, giusta ma complessa da trasmettere, fatta con l’alleanza Sel-Pd. Le tante riflessioni nate fra amici e compagni di viaggio politico alla fine confermano tutte questo pensiero. Va bene il voto di protesta, va bene gli scandali, ma il punto è che le persone con cui parlavamo ora parlano con altri. E allora se vogliamo che tornino ad ascoltarci dobbiamo trovare nuove parole, argomenti, luoghi. O a volte, semplicemente, ritornare in quelle strade dove prima eravamo presenti e importanti.

Trame di contemporaneita

(foto di Dietrich Steinmetz)

Ma cosa vuol dire usare nuove parole? Dieci giorni fa ho partecipato ad una splendida tre giorni (Trame di contemporaneità, qui un resoconto dell’iniziativa) di studio organizzata da Sel a Serdiana, presso la comunità “La collina”. La creatura di don Ettore Cannavera, con il suo carico di ideali e pragmatismo, da sola varrebbe mille riflessioni e la voglia di lasciare tutto per andare a lavorare fra i vigneti con i suoi ragazzi. Trame di contemporaneità non è stata una banale scuola di partito. Pochissime risposte, direi nessuna, ma tantissime domande, strumenti di approfondimento, inviti all’analisi e a non soffermarsi sulla conclusione più facile. In una parola, aprirsi alla complessità. O anche solo alla ragionevolezza, come è capitato ascoltando il prof. Pietro Ciarlo che spiegava cosa sono le zone franche mentre Cappellacci si rendeva ridicolo di fronte alla DG europea Fiscalità e unione doganale!

Tutto bello, magnifico, però… come si coniuga ‘sta benedetta e sacrosanta complessità con l’esigenza, politica ma prima ancora culturale, di arrivare, farsi ascoltare e coinvolgere gli altri, soprattutto quegli “altri” più a rischio di marginalità sociale? Se guardo a quella che prima ho chiamato realtà mediata dalla stampa vedo due casi molto chiari di fuga forsennata da quella complessità: Renzi che va in tv dalla De Filippi e Grillo che organizza le “Quirinarie”. Quello che mi ha colpito è come entrambe le situazioni esasperassero il personalismo e il rapporto diretto fra elettore-telespettatore-utente e un (presunto!) leader. Leader che cerca legittimazione, Matteo Renzi, e per diventarlo sceglie una trasmissione renzi-defilippidelle tv del suo (presunto!) avversario dove calarsi nei panni di un gggiovane, uno di loro che sa parlare come loro. Non dice nulla di memorabile. Strizza un occhio all’antipolitica e l’altro a concetti come speranza e merito. Farlo in un programma che regala illusioni al viso più giovane e telegenico, a prescindere dalle capacità, è risultato quanto meno surreale. Beppe Grillo, invece, mentre cerca di gestire e capitalizzare l’insperato successo elettorale esaltando le magnifiche sorti e progressive della democrazia diretta telematica. Gli utenti-attivisti votano, non importa se si riuniscano o meno, e quella è la linea. I parlamentari eseguono. L’architettura informatica in cui tutto ciò avviene è chiusa e non tutti i dati e i passaggi intermedi sono noti. Anche i meetup, dove il movimento si è consolidato, sono sistemi chiusi e a pagamento. Non utilizzare software free e open source è di per sé una decisione che solletica sospetti di scarsa trasparenza fin troppo ovvi e stride con i principi di libero accesso e democraticità tanto esaltati dai grillini. Ma anche nella scelta odierna del candidato a Presidente della Repubblica ci sarebbe molto da dire. I nomi più votati (anche se non conosciamo né il numero dei votanti né quanti voti ha ricevuto ciascun candidato) son stati Milena Gabanelli e Gino Strada. Persone straordinarie, simboli di quell’impegno e onestà che non si riesce più a trovare fra i politici “di professione”, ma che oggettivamente non avrebbero mai potuto ricoprire quella carica. Si è votato per un ideale, un simbolo, un leader. Un qualcosa da ricercare “fuori” per l’incapacità di crearlo “dentro”, all’interno del popolo di elettori.

Come si riporta “dentro” la fiducia nel saper costruire qualcosa senza affidarsi al leader carismatico del momento? Non ho soluzioni preconfezionate, ma questa è la domanda che mi pongo e mi affascina da tempo, e che forse questi mesi hanno reso più attuale. L’esperienza di Serdiana ha dato degli spunti interessanti, offrendo qualche esperienza di partecipazione locale ai processi decisionali come una strada per includere e creare, come dicono gli anglosassoni, empowerment. E per ridurre la distanza fra una stradina della periferia di Sassari o Cagliari e ciò che ci riporta tutti i giorni la tv. Si potrebbe cominciare da qui, predisponendosi all’ascolto e resistendo alle sirene del consenso qui e subito.

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