Grazie

Grazie alla mia famiglia, ora commossa e un po’ preoccupata, che è sempre stata e sarà il mio rifugio sicuro.

Grazie alle amiche, pazienti compagne di viaggio e rete di salvataggio per le mie debolezze.

Grazie a chi ha gioito per me.

Grazie alle compagne e ai compagni che hanno pensato al mio nome per rappresentarli.

Grazie alle compagne e ai compagni che non erano d’accordo, perché so che lavoreremo assieme per gli stessi ideali.

Grazie alle critiche che arriveranno e mi spingeranno a dare di più.

Grazie a tutte le persone che ho conosciuto, letto e ammirato, per avermi trasformato in ciò che sono, e non dimenticherò di essere.

Postille amichevoli per i giornalisti
(sottotitolo: imparerò a comunicare meglio!)

Sono progettista europea, o project manager al Cnr, non ricercatrice.

Sono stata (dal 1998 al 2006) vicepresidente dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare (UILDM) di Sassari, non presidente, che era ed è la mia splendida amica Francesca Arcadu.

Non sono attivista della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Lo ribadisco non perché non sarebbe stato un onore sostenere in prima persona il suo grande e indispensabile operato, ma per rispetto di chi attivista lo è, senza clamore, tutti i giorni.

Al di là dei limiti strutturali dell’edificio, il mio ingresso in viale Trento è stato reso perfettamente agevole dal tempestivo lavoro e dalla grande disponibilità dei commessi e dello staff del Presidente Pigliaru.

Utile è stato utile

Francesco AgusMi sento come se mi avesse appena investito un tram (sì, tram, alla sassarese, in onore del nuovo presidente), ma:

grazie a Francesco, perché è bello far politica sapendo che a rappresentarmi ci va una splendida persona,

grazie delle risate e delle fatiche ai compagni che mi hanno fatto reinnamorare della politica applicata,

grazie a chi ha votato, resistendo ad apatia e delusioni, e un secondo grazie a chi dopo il voto saprà essere vigile, presente e in campo;

congratulazioni e in bocca al lupo ai quattro consiglieri Francesco Agus, Eugenio Lai, Luca Pizzuto e Daniele Cocco. Complimenti ai compagni Marcello Soviet Cadeddu, Ignazio Tolu, Andrea Zucca, Andrea Melis e a chi ha contribuito disinteressatamente al successo della lista, perché quel successo riguarda tutti noi e da domani siamo chiamati a lavorare e costruire ciò in cui crediamo, insieme.

“Perchè alla fine siamo sempre gli stessi, quelli che a ogni campagna elettorale sembrano dover espiare la colpa di essere nati troppo tardi per poter fare i partigiani sulle montagne e con quello spirito combattono”
Francesco Agus

Questa la riflessione di Francesco dopo l’elezione: Continua a leggere

Il mio voto utile, anzi utilissimo!

Avrei in testa mille cose da scrivere, perché alla fine di ogni campagna ho sempre sentito il bisogno di tirare le fila, fare un bilancio e spiegare, soprattutto agli amici e ai parenti, perché nel mese precedente ero scomparsa e diventata irreperibile.

Non ve le dico tutte ma solo alcune, le più importanti.

Innanzitutto che quello di oggi è il mio prototipo di voto utile. Non perché funzionale alla vittoria. Ho passato una vita in minoranza, non potrei mai fare appelli ad una facile e incolore vittoria elettorale. Il voto utile è quello che ti rappresenta, e l’invito che vi faccio, qualsiasi sia la vostra posizione politica, e pensare a questa decisione senza rabbia, con lucidità, e diffidando sempre delle vie più facili, dell’incompetenza e delle promesse che sembrano tanto belle quanto irrealizzabili.

Voterò Sel convintamente, perché dietro quel simbolo c’è un progetto che tre anni fa era spensierato, nuovo, un po’ ingenuo e serio e, come mi piace spesso dire, dalla parte giusta. Oggi ha perso i primi tre aggettivi. Non è più nuovo, né ingenuo, e ha perso un po’ di spensieratezza. Perché è cresciuto, si è preso responsabilità e sta imparando ad assumersene il peso. E’ facile essere nuovi, l’ho sperimentato in tante esperienze. Sei vergine, immacolato, inattaccabile. Il difficile viene dopo, quando ti sei sporcato le mani. Se puoi guardarti allo specchio e camminare per strada soddisfatto di te, raccontando magari qualche obiettivo raggiunto, secondo me l’hai sfangata. Sei diventato grande ma non ti sei perso. Sel, fra mille difficoltà, secondo me non si è persa dopo le tante prove, e quindi si merita la mia fiducia.

Agus santinoSulla riga vuota scriverò “Agus“, che è il tizio qui sotto che dimostra 17 anni ma ne ha 31, e quando parla potrebbe mettersi in tasca chiunque. Non perché sia spocchioso, ma preparato, appassionato e sa bene quello che vuole fare e come farlo. Che è quello che si chiede a un buon politivo. Avere un’idea ma anche il modo per realizzarla, ché siam bravi tutti a dire voglio questo, quello e quell’altro. In questa campagna quello che mi ha colpito di più in lui è stata la capacità di ascolto. Negli incontri organizzati o in quelli per strada con gli elettori lui parlava solo alla fine per ragionare sulle soluzioni ai problemi che gli venivano posti. Non promesse. “Non faccio promesse, salvo garantire il mio impegno” è stato il suo leitmotiv. E non solo. Non l’ho mai visto chiedere esplicitamente il voto, né consegnare il suo materiale. Lo faceva solo se l’interlocutore glielo chiedeva, quasi con timidezza. Tutti motivi, quelli che ho solo accennato, per sostenerlo e votarlo con gioia e convinzione.

E voterò, infine, Francesco Pigliaru presidente, perché in questa campagna era evidentemente a disagio. Non è un comunicatore, né uno capace di strutturare una strategia di attacco verso i suoi avversari. E a me va bene così, ché i miti e i timidi mi rassicurano molto di più degli animali da palcoscenico. Mi rassicura anche, e soprattutto, che Pigliaru abbia un programma basato su formazione e piccola impresa, e che non dimentichi l’inclusione liberandola però dall’assistenzialismo.

Andiamo a votare, e da domani non limitiamoci a questo, per poi passare le giornate a lamentarci. Partecipiamo, leggiamo, informiamoci, non perdiamo una sola occasione per dire la nostra.

E oggi, almeno, riprendiamoci la nostra terra!

Sant’Elia calling

Venerdì scorso, grazie all’invito dell’Associazione Sant’Elia Viva, ho potuto conoscere da vicino la situazione di alcuni palazzi di quel quartiere. Assieme a una delegazione di Sel siamo arrivati in viale Sant’Elia a metà di un pomeriggio umido e scurissimo. Della realtà del Borgo avevo notizia attraverso i racconti e gli articoli di giornale ma, come spesso accade, solo vedere di persona e ascoltare ciò che dicono gli abitanti ti fa capire realmente come stanno le cose.

S.Elia 6 dicembre

(foto di Gisella Congia)

E le cose stanno male, al punto che fatichi a credere che da qualche parte delle nostre città possano esistere ascensori murati per motivi di sicurezza o altri che i tecnici si rifuitano di riparare, vere e proprie “piscine” ancora piene dopo giorni dalle ultime piogge, palazzi con piani incompleti o mangiati dal tempo e dall’incuria, automobili distrutte abbandonate nei cortili, lampioni inesistenti e zone illuminate solo dalle luci dei ballatoi. Si vede bene nella foto qui accanto (qui trovate l’intero album) e l’effetto è surreale, perché quelle luci sono belle e calde e ti sembra quasi, guardando lo splendido scatto di Gisella Congia, di essere in un altro paese e in un altro tempo.

Ciò che in questa foto non si vede sono i microscopici appartamenti ricavati nei garage, i bambini che giocano in cortili simili a percorsi di guerra e la tanta rabbia e stanchezza di chi abita queste case. Una fatica dignitosa e composta che mi ha lasciato muta e imbarazzata, perché sono poche le parole che si possono dire senza sembrare ipocriti e banali.

A sorprendermi è stato anche un altro aspetto, forse fuori tema rispetto al post, ma per me molto significativo. Non c’è stato da parte di nessuno, adulto o bambino che fosse, uno sguardo intimidito o turbato dalla mia sedia a rotelle. Chi mi ha rivolto la parola quella sedia non sembrava proprio averla vista. Promemoria da ricordare, io per prima, quando si distribuiscono a buon mercato patenti di cultura nei convegni à la page.

Non si può, e non si dovrebbe mai, spacciare promesse a buon mercato come si è fatto qui e altrove per troppo tempo, e nel mio piccolissimo non l’ho fatto nemmeno io. Una cosa però posso farla, come ho detto nei saluti e a me stessa nell’ultimo sguardo rivolto alla finestra della casa di un’anziana disabile, “murata” nella sua casa come l’ascensore che le impedisce di uscire. Tornerò spesso qui, studierò, cercherò di capire perché trentasette milioni di euro sarebbero bloccati nelle casse dell’Area, l’azienda regionale per l’edilizia abitativa. E proverò, proveremo, a fare anche le piccole cose per migliorare anche di pochissimo la vita degli abitanti.

[Clash – London calling]

Di politica, congressi e di altri demoni

Murales OrgosoloE poi arrivano i congressi. Quelle “cose” misteriose tipiche della vita di partito che però finché non ci capiti dentro mica capisci bene cosa siano.

Pensi: conoscerò tanta gente che la pensa come me, potrò dire la mia, ascolterò punti di vista differenti, magari mi emozionerò perché qualcuno penserà a me per rappresentarlo. Ma se hai già un po’ di esperienza ti chiederai anche: cosa succede in corridoio, quanti siamo, quanti sono, chi sono quelli laggiù che non avevo mai visto. E sospetterai che in quel corridoio si deciderà molto di quello che si dovrebbe più correttamente discutere nell’affollata assemblea, non vorrai sapere molti dettagli di quello che stanno confabulando le due persone in un angolo ma dolorosamente lo scoprirai. E nel burocratese e nelle conte faticherai a intravedere Gramsci e gli ideali per cui sei lì. E perderai, o vincerai, ma ti rimarrà comunque appiccicata una sensazione indefinibile: la gioia di specchiarti in chi la pensa come te mischiata a un senso di finto, ingiusto, brutto, sporco.

Me la ricordo bene quella sensazione e ieri mattina, alla vigilia del congresso provinciale di Sel, ho rallentato il passo prima di entrare nella sala perché il ricordo si è fatto angoscia. Per un congresso e una dolorosa scelta politica tanti anni fa ho stracciato la tessera degli allora Ds e ho promesso di non iscrivermi mai più ad un partito. Poi ho cambiato un’idea, grazie a un progetto politico condivisibile e complici, soprattutto, le persone in cui sono inciampata appena arrivata a Cagliari. Ho provato a lasciare da parte delusioni e velleità rivoluzionarie e mi sono buttata. In realtà le velleità non le ho abbandonate, ma ho provato a battere strade diverse per realizzarle. Non potendo cambiare tutto provo almeno a cambiare qualcosa. Non è una resa, ma ciò che personalmente oppongo all’alibi del “tanto non cambia niente” e “siamo tutti uguali”. Che è un alibi, lo ripeto, ed è pure roba da pigri, perché lottare, nei partiti come in tutte le attività umane e sociali, costa e farlo gratis e senza paracadute se qualcosa va storto costa ancora di più.

Ieri non tutto è andato bene e la nausea per ciò che ho visto è salita ai livelli di guardia. Parlare con chi per la prima volta partecipava a questa esperienza è stato difficile. Come si spiega a qualcun altro quello che per anni ti ha fatto schifo? Come si giustifica? In nome di cosa? Ai congressi si perde un po’ di innocenza, questa è la verità, e il rigetto e il disimpegno sono dietro l’angolo, soprattutto se nel ristretto gruppo/circolo/sezione non avevi mai visto quelle cose che voi umani… Il punto è che i congressi sono come il mondo là fuori, ci sono gli onesti e gli stronzi, e una grande massa di gente che naviga fra i due estremi. E si fanno le conte, come là fuori quando ti scegli gli amici. E può capitare di stringere rapporti ma anche di scontrarsi e fare a botte, come succede dal cortile di casa in poi. E può capitare, anzi è obbligatorio che capiti, rimanere delusi, perplessi, e progettare ripiegamenti. Scelta che anch’io mi tengo buona in caso di impossibilità di manovra. Ecco, la manovra, anche se la parola è poco poetica e sa un po’ di meccanica, sintetizza il mio personale criterio di scelta sul restare o meno in un partito. Finché c’è ed è abbastanza ampia per me vale la pena.

Basta che consenta di dire no, non siamo tutti uguali.

Ai miei compagni